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mercoledì 29 ottobre 2014
LA NOTTE DEI MORTI VIVENTI IN CAPITANATA
Si narra che nei tempi antichi di Roma, sulla strada che portava ad Ostia, esisteva un giardino meraviglioso con tanti alberi ricchi di frutti succosi.
Qui dimorava una bellissima Amadriade che, con argentei coltellini e falcetti, sfoltiva i rami degli alberi, ibridava piante differenti, faceva scendere su di loro delicate piogge e, soffiando, faceva frusciare le loro chiome.
I Romani chiamavano questa ninfa degli alberi da frutto Pomona, il luogo dove viveva Pomonale e la festeggiavano la notte fra il 1° e il 2° di novembre.
A lei dedicavano gli ultimi frutti dell'anno : castagne, noci, uva, mele e melograni e a lei si affidavano affinchè i frutti, raccolti e conservati, durassero per tutta la stagione invernale e che i semi sotterrati rinascessero in forma di piante fruttifere.
A questa bella e generosa dea veniva affiancato il dio etrusco Vertumno che era abile nelle metamorfosi e presiedeva al mutamento delle stagioni e alla maturazione dei frutti.
Questi festeggiamenti alludevano al letargo della Natura e alla interruzione del periodo fertile e si rifacevano a rituali ancora più antichi di morte e rinascita.
Queste celebrazioni vennero cristianizzate.
Nel 988 Odilone di Cluny, quinto abate dell' Abbazia di Cluny, dispose che tutti i conventi cluniacensi, dopo i vespri di Ognissanti, suonassero le campane con rintocchi funebri, in onore di tutti i defunti e si pregasse per loro. Successivamente questa pratica si estese a tutta la Chiesa occidentale.
Oggi in quella straordinaria parte della Puglia settentrionale, chiamata Capitanata, vi sono suggestivi borghi antichi, adagiati sulle alture dei Monti Dauni, ricchi di storia e tradizioni in cui armoniosamente convivono il sacro e il profano, le credenze popolari e la religione cristiana.
Un'antica credenza è quella che nella notte tra il 1° e il 2°di novembre le anime dei morti riprendono i loro corpi e percorrono le vie dei paesi in processione secondo un ordine particolare: avanti sfilano i bambini molto piccoli ,poi quelli più grandicelli, i giovanotti, le zitelle, le maritate, il clero e gli uomini.
Chiudono la sfilata i morti colpiti da fulmini e quelli ammazzati con i corpi devastati da ferite sanguinolente e i decapitati con le teste in mano.
Gli anziani raccontano che, in tempi passati , si poteva vedere questa insolita processione mettendo, davanti la porta di casa, una bacinella d'acqua in cui si versava un pò di olio, si mettevano due candele ai lati e una misura di fave da contare. Guardando con molta concentrazione l'acqua si vedeva la "Processione dei Morti".
Ma, prima del passaggio dei morti ammazzati, l'osservatore doveva avere la prontezza di interrompere l'esperimento. Se, per curiosità o incantesimo non lo faceva, rischiava di essere rapito o ucciso.
Per rischiarare la via ai defunti, ancora oggi, davanti alle case si mettono le zucche ,svuotate, intagliate e illuminate da una candela posta nel loro interno.
A Orsara in questa notte misteriosa e magica al tempo stesso, si accendono i falò in tutte le strade del paese e davanti alle abitazioni vengono imbandite tavole con cibi poveri ma simbolici come il grano cotto e condito con il mostocotto e i chicchi di melograno, patate, cipolle, castagne cotte, ceci e fave.
L'elemento che caratterizza i falò di Orsara è la Ginestra che è un arbusto che si trova in abbondanza sui fianchi delle colline circostanti, è profumato e, bruciando, con i sui crepitii rallegra la notte fredda e nebbiosa e poichè volatilizza facilmente sembra collegare cielo e terra in questa notte surreale dove il mondo visibile e quello invisibile sembrano entrare in comunicazione.
Si crede infatti, in tutta la Capitanata, che le anime dei defunti tornino tra i vivi aggirandosi tra i parenti e nelle case dove avevano vissuto e lascino dei doni nelle calzette che i bambini appendono nel camino o dietro l'uscio o le finestre.
"PAESI CHE VAI, USANZE CHE TROVI"
sabato 19 luglio 2014
Non è vero ma ci credo
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Al piano terra di una di queste case, si può notare la costante presenza di un'anziana donna seduta su una sedia impagliata. Il suo viso ha un' espressione bonaria e le sue mani sono sempre all'opera: a pulire cicoriette, a sbaccellare i piselli, a confezionare trecce d'aglio o fare centrini con l'uncinetto e per la verità, nonostante le sue dita siano grosse e ruvide, i suoi lavoretti sono dei veri gioielli di cotone.
Ma mentre le mani lavorano i suoi occhi controllano la strada. Nulla e nessuno le sfugge e, se ne ha voglia, ti fa la cronaca di tutto quello che accade in quel tratto di strada . Ma la pacifica signora,della quale non dico il nome nè quello del paese per la legge della privacy, è nota tra i suoi compaesani perchè ha, chiamiamolo così, un potere: allontana le trombe d'aria.
Quando le viene chiesto come fa, lei non si scompone e dice che quando vede che l'aria che si "arruviglia", lei dalla sua postazione, si fa il segno della croce, dice delle" Ave Maria " e "Gloria Padre" e con un gesto della mano l'allontana dal paese. Racconta ciò con un sorriso modesto, per lei, allontanare le trombe d'aria, con un semplice gesto della mano, è una cosa normale, come allontanare le mosche.
Ma quello che ai forestieri non dice, ma che i suoi paesani sanno, è che tra le varie Ave Maria e Gloria Padre sono inserite anche frasi rituali in stretto dialetto locale, note solo a lei.
Non è vero ma ci credo, fatto sta che alcuni abitanti del paese sono pronti a giurare che la brava donna, più di una volta, ha allontanato le trombe d'aria che dall'orizzonte marino si dirigevano verso la costa e il paese. Pare che la donna garganica che ha il potere di allontanare le trombe d'aria, abbia delle colleghe, una di esse vive in Sicilia.
Ciao, al prossimo racconto.
mercoledì 2 luglio 2014
"Il mito della Sibilla Cumana" tratto dalle Metamorfosi di Ovidio.
" ... Enea si diresse al lido di Cuma,zona paludosa pullulante di alghe. Lì entrò nella grotta della longeva Sibilla per pregarla di aiutarlo ad attraversare l'Averno e ad incontrare i Mani del padre.
La Sibilla accettò di fargli da guida e gli indicò poi un ramo fulgente che cresceva nella selva della dea Giunone d'Averno e gli ordinò di staccarlo dal suo tronco.
Egli eseguì il comando e così vide schiudersi davanti ai suoi occhi l'Orco Tremendo in tutta la sua potenza e potè incontrare le ombre dei suoi antenati e quella magnanima del vecchio Anchise. Fu informato anche delle leggi che governavano quei luoghi e dei pericoli che ancora doveva affrontare nelle future guerre.
Sulla via del ritorno si rivolse alla Sibilla che lo guidava:
< Non so se tu sia una dea vera o solo un essere privilegiato dagli Dei,ma io ti considererò sempre una divinità e riconoscerò sempre che fu tuo merito se ho potuto visitare i luoghi della morte e ritornare sano e salvo dopo averli visti. Per ringraziartene, quando tornerò a respirare l'aria pura che ci sovrasta, ti eleverò un tempio,anche se sei una persona viva e ti onorerò con l'incenso.>
La profetessa gli rispose:
< Non sono una dea non devi attribuire l'onore del sacro incenso a una persona umana! Ma devi sapere che mi era stata offerta una vita eterna priva del buio della morte a patto di sacrificare la mia vergnità all'amore di Febo. Egli sperava di ottenerla e faceva di tutto per attirarmi con doni. Scegli quello che vuoi, mi disse e l'avrai, fanciulla di Cuma. Io raccolsi un pugno di polvere e glielo mostrai, chiedendo di vivere tanti anni quanti granelli c'erano in quella manciata di polvere: nella mia stoltezza non mi venne in mente di aggiungere che dovevano essere anni di gioventù.
Egli mi avrebbe concesso senz'altro insieme ad essi una giovinezza perenne,se avessi accettato il suo amore: invece per aver disprezzato la sua offerta, sono rimasta senza nozze. E ormai l'età più felice mi ha volto le spalle e la penosa vecchiaia avanza col suo passo tremante: dovrò tollerarla a lungo.
Ho già vissuto sette secoli e per adeguare il numero dei granelli di polvere mi manca di vedere ancora trecento estati e trecento autunni. Verrà il momento in cui, altermine della mia lunga giornata,il mio corpo si rattrappirà, da così imponente che era, e la vecchiaia consumerà le mie membra e le ridurrà ad un mucchietto d'ossa senza peso. Allora non sembrerà possibile che io sia stata amata e meno che meno che sia piaciuta a un dio. Febo stesso forse non mi riconoscerà o negherà di avermi mai voluto bene. Fino a tal punto si dirà che sono mutata! Poi sparirò agli occhi di tutti, ma sarò riconosciuta dalla voce, sì il destino mi lascerà la voce.> "
Bel mito! Ognuno ne tragga la morale che crede. Ciao.
La Sibilla accettò di fargli da guida e gli indicò poi un ramo fulgente che cresceva nella selva della dea Giunone d'Averno e gli ordinò di staccarlo dal suo tronco.
Egli eseguì il comando e così vide schiudersi davanti ai suoi occhi l'Orco Tremendo in tutta la sua potenza e potè incontrare le ombre dei suoi antenati e quella magnanima del vecchio Anchise. Fu informato anche delle leggi che governavano quei luoghi e dei pericoli che ancora doveva affrontare nelle future guerre.
Sulla via del ritorno si rivolse alla Sibilla che lo guidava:
< Non so se tu sia una dea vera o solo un essere privilegiato dagli Dei,ma io ti considererò sempre una divinità e riconoscerò sempre che fu tuo merito se ho potuto visitare i luoghi della morte e ritornare sano e salvo dopo averli visti. Per ringraziartene, quando tornerò a respirare l'aria pura che ci sovrasta, ti eleverò un tempio,anche se sei una persona viva e ti onorerò con l'incenso.>
La profetessa gli rispose:
< Non sono una dea non devi attribuire l'onore del sacro incenso a una persona umana! Ma devi sapere che mi era stata offerta una vita eterna priva del buio della morte a patto di sacrificare la mia vergnità all'amore di Febo. Egli sperava di ottenerla e faceva di tutto per attirarmi con doni. Scegli quello che vuoi, mi disse e l'avrai, fanciulla di Cuma. Io raccolsi un pugno di polvere e glielo mostrai, chiedendo di vivere tanti anni quanti granelli c'erano in quella manciata di polvere: nella mia stoltezza non mi venne in mente di aggiungere che dovevano essere anni di gioventù.
Egli mi avrebbe concesso senz'altro insieme ad essi una giovinezza perenne,se avessi accettato il suo amore: invece per aver disprezzato la sua offerta, sono rimasta senza nozze. E ormai l'età più felice mi ha volto le spalle e la penosa vecchiaia avanza col suo passo tremante: dovrò tollerarla a lungo.
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| Sibilia Cumaea, Elihu Vedder (1898) |
Bel mito! Ognuno ne tragga la morale che crede. Ciao.
mercoledì 26 marzo 2014
Dalla Grecia al Gargano: il Monte Sacro.
A Nord-Ovest della Grecia, a confine con l'Albania, si trova il famoso santuario di Dodona, il più antico sito oracolare della Grecia, sacro a Zeus Dodoneo.
Per la verità nei tempi più antichi Dodona era la dimora della coppia divina Dione-Zeus. Alla dea si dedicavano delle sacerdotesse, chiamate Peleiades, e sacerdoti, chiamati "Elloi" o "Selloi", servivano Zeus. Poi come fu e come non fu ( per spiegarlo dovrei tirare in ballo l'antico braccio di ferro tra "matriarcato" e "patriarcato", ma, tranquilli, non ho intenzione di farlo) il sito oracolare fu dedicato solo a Zeus.
Il santuario era gestito dai Selloi che, come già detto, erano i sacerdoti di Zeus ed erano famosi perchè dormivano sulla terra nuda anche se, d'inverno , era coperta dalla neve. Questi sacerdoti avevano particolare doni di preveggenza ed erano esperti delle rivelazioni della Natura, cioè sapevano interpretare le frasi profetiche che le correnti dell'aria fornivano, il linguaggio delle foglie dei sacri alberi delle querce agitate dal vento e il volo e il gracchiare degli uccelli annidati sui rami. Mi vengono in mente questi versi:
Sul Gargano vi è un monte chiamato Monte Sacro. Prima della diffusione del Cristianesimo però il suo nome era Dodoneo e sulla sua vetta vi era un tempio- oracolo dedicato a Giove Dodoneo eretto da antichi popoli provenienti dal Mediterraneo orientale e che su questa montagna trovarono un paesaggio simile al loro sacro monte di Dodona.
Secoli dopo i vescovi cristiani pensarono che per affermare il Cristianesimo dovevano abbattere gli altari pagani e costruire, sugli stessi siti sacri, le chiese. Questo accadde sul monte Dodoneo che fu consacrato alla S.S. Trinità e fu costruita su di esso una Abbazia omonima che nel tempo divenne molto potente e la montagna prese il nome di "Monte Sacro".
Oggi anche l'antica Abbazia non c'è più e i suoi ruderi fanno compagnia alle antiche pietre sparse del precedente tempio pagano. Le essenze dei due culti, pagano e cristiano, qui esistono ancora e non sono in contrasto tra loro.
Gli antichi Arvaniti che risiedevano nei pressi dell'oracolo greco di Dodona credevano che sulla montagna vivesse un monaco santo che suonava un tamburo invisibile che diffondeva ovunque un rombo sordo quando si verificavano grandi eventi.
Anche sul Monte Sacro si dice che vi siano delle Presenze Antiche visibili in certi periodi dell'anno.
" Credere per Vedere". Ciao.
Per la verità nei tempi più antichi Dodona era la dimora della coppia divina Dione-Zeus. Alla dea si dedicavano delle sacerdotesse, chiamate Peleiades, e sacerdoti, chiamati "Elloi" o "Selloi", servivano Zeus. Poi come fu e come non fu ( per spiegarlo dovrei tirare in ballo l'antico braccio di ferro tra "matriarcato" e "patriarcato", ma, tranquilli, non ho intenzione di farlo) il sito oracolare fu dedicato solo a Zeus.
Il santuario era gestito dai Selloi che, come già detto, erano i sacerdoti di Zeus ed erano famosi perchè dormivano sulla terra nuda anche se, d'inverno , era coperta dalla neve. Questi sacerdoti avevano particolare doni di preveggenza ed erano esperti delle rivelazioni della Natura, cioè sapevano interpretare le frasi profetiche che le correnti dell'aria fornivano, il linguaggio delle foglie dei sacri alberi delle querce agitate dal vento e il volo e il gracchiare degli uccelli annidati sui rami. Mi vengono in mente questi versi:
" nel vento ci sono le voci degli alberi e degli uccelli,
i canti delle onde dei prati e del mare,
i giochi delle nubi e il racconto dei gabbiani,
il volo dei petali dei fiori e la danza delle foglie.
Il vento è il soffio di Dio."
Secoli dopo i vescovi cristiani pensarono che per affermare il Cristianesimo dovevano abbattere gli altari pagani e costruire, sugli stessi siti sacri, le chiese. Questo accadde sul monte Dodoneo che fu consacrato alla S.S. Trinità e fu costruita su di esso una Abbazia omonima che nel tempo divenne molto potente e la montagna prese il nome di "Monte Sacro".
Oggi anche l'antica Abbazia non c'è più e i suoi ruderi fanno compagnia alle antiche pietre sparse del precedente tempio pagano. Le essenze dei due culti, pagano e cristiano, qui esistono ancora e non sono in contrasto tra loro.
Gli antichi Arvaniti che risiedevano nei pressi dell'oracolo greco di Dodona credevano che sulla montagna vivesse un monaco santo che suonava un tamburo invisibile che diffondeva ovunque un rombo sordo quando si verificavano grandi eventi.
Anche sul Monte Sacro si dice che vi siano delle Presenze Antiche visibili in certi periodi dell'anno.
" Credere per Vedere". Ciao.
lunedì 24 marzo 2014
La città di Uria
Vi racconto oggi la leggenda della città di Uria.
La vera ubicazione dell'antichissima città non è certa, in questa versione della leggenda è collocata sulle sponde del lago di Varano a nord del Promontorio garganico. Pare che tanto,tanto tempo fa, il lago fosse una insenatura e in essa approdarono antiche popolazioni fondatrici di Uria che col tempo divenne una grande città con grandi palazzi, colonne, strade lastricate, e stupendi giardini.
La città aveva un accogliente porto dove arrivavano navi commerciali da tutto il Mediterraneo. Era una città ricca, circondata da immensi boschi di querce e faggi e centinaia di pecore e mucche pascolavano sulle montagne vicine. Poco lontano dalla città vi erano due templi molto belli. Uno era stato edificato vicino ad una sorgente ed era dedicato al dio Apollo ,una divinità della Luce. Essendo le acque della fonte curative molta gente si recava in devoto pellegrinaggio a questo tempio.
L'altro si trovava più in alto, in un bosco di querce ed era dedicato ad Artemide che era la sorella gemella di Apollo ed era venerata come dea della Luna e della Notte, delle fanciulle adolescenti, della Natura selvatica e della caccia. Qualcuno la vuole anche protettrice delle partorienti perchè un mito dice che Artemide nacque per prima e aiutò la madre a far nascere Apollo (tenete sempre presente che stiamo parlando di divinità e tutto era possibile).
Uria era proprio una città prosperosa e felice e molto devota alle sue divinità che si propiziava con offerte di fiori, frutta, messi,canti e danze. Centinaia di anni dopo i culti cambiarono ma la gente rimase sempre buona e devota alle nuove divinità.
Ad un certo punto della sua storia arrivò dal mare un re malvagio di nome Tauro che invase e conquistò la città. Tauro non credeva in alcun dio e fece distruggere ogni luogo di culto e fece uccidere tutti i sacerdoti. Con il suo comportamento, le sue feste orgiastiche e le sue depravazioni condizionò anche i cittadini di Uria che col tempo divennero come lui: perfidi, corrotti e usurai.
A questo punto Dio si stancò di tanta malvagità e inviò l'Arcangelo Michele per punire la città corrotta. L'Arcangelo arrivò, come in tutte le sue missioni punitive, con il vento dell' Est, la Tempesta e il Terremoto. La terra tremò, le acque del mare prima si ritirarono e poi, gonfiate, si abbatterono con impeto nella insenatura e sulla città distruggendola. La città non riprese più il suo antico splendore.
Col passare dei secoli il lago fu separato dal mare da una strscia di terra e sabbia e quella che era una insenatura divenne un lago. Le zone circostanti il lago divennero zone di malaria e furono abbandonate dai pochi abitanti che si sparpagliarono su per le alture i loro discendenti fondando gli attuali paesi.
Quando tira forte il vento dell'Est e il lago mugghia in modo strano, ancora oggi si dice che quelli sono i lamenti del re maledetto che " MICHELE" continua a trafiggere con la sua Spada di fuoco.
La vera ubicazione dell'antichissima città non è certa, in questa versione della leggenda è collocata sulle sponde del lago di Varano a nord del Promontorio garganico. Pare che tanto,tanto tempo fa, il lago fosse una insenatura e in essa approdarono antiche popolazioni fondatrici di Uria che col tempo divenne una grande città con grandi palazzi, colonne, strade lastricate, e stupendi giardini.
La città aveva un accogliente porto dove arrivavano navi commerciali da tutto il Mediterraneo. Era una città ricca, circondata da immensi boschi di querce e faggi e centinaia di pecore e mucche pascolavano sulle montagne vicine. Poco lontano dalla città vi erano due templi molto belli. Uno era stato edificato vicino ad una sorgente ed era dedicato al dio Apollo ,una divinità della Luce. Essendo le acque della fonte curative molta gente si recava in devoto pellegrinaggio a questo tempio.
L'altro si trovava più in alto, in un bosco di querce ed era dedicato ad Artemide che era la sorella gemella di Apollo ed era venerata come dea della Luna e della Notte, delle fanciulle adolescenti, della Natura selvatica e della caccia. Qualcuno la vuole anche protettrice delle partorienti perchè un mito dice che Artemide nacque per prima e aiutò la madre a far nascere Apollo (tenete sempre presente che stiamo parlando di divinità e tutto era possibile).
Uria era proprio una città prosperosa e felice e molto devota alle sue divinità che si propiziava con offerte di fiori, frutta, messi,canti e danze. Centinaia di anni dopo i culti cambiarono ma la gente rimase sempre buona e devota alle nuove divinità.
Ad un certo punto della sua storia arrivò dal mare un re malvagio di nome Tauro che invase e conquistò la città. Tauro non credeva in alcun dio e fece distruggere ogni luogo di culto e fece uccidere tutti i sacerdoti. Con il suo comportamento, le sue feste orgiastiche e le sue depravazioni condizionò anche i cittadini di Uria che col tempo divennero come lui: perfidi, corrotti e usurai.
A questo punto Dio si stancò di tanta malvagità e inviò l'Arcangelo Michele per punire la città corrotta. L'Arcangelo arrivò, come in tutte le sue missioni punitive, con il vento dell' Est, la Tempesta e il Terremoto. La terra tremò, le acque del mare prima si ritirarono e poi, gonfiate, si abbatterono con impeto nella insenatura e sulla città distruggendola. La città non riprese più il suo antico splendore.
Col passare dei secoli il lago fu separato dal mare da una strscia di terra e sabbia e quella che era una insenatura divenne un lago. Le zone circostanti il lago divennero zone di malaria e furono abbandonate dai pochi abitanti che si sparpagliarono su per le alture i loro discendenti fondando gli attuali paesi.
Quando tira forte il vento dell'Est e il lago mugghia in modo strano, ancora oggi si dice che quelli sono i lamenti del re maledetto che " MICHELE" continua a trafiggere con la sua Spada di fuoco.
giovedì 20 marzo 2014
La Grotta di Monte Sant'Angelo
Adagiato sulla cresta del" Monte degli Angeli", il paese di Monte Sant'Angelo è uno dei comuni più alti della Puglia con i suoi 796 metri s.l.m. Questo singolare paese si affaccia sul blu profondo dell'Adriatico e su tutte le sfumature di verde dei boschi di castagni, di monte Sacro, di monte Spigno e della Foresta Umbra.
Monte Sant'Angelo deve la sua fama alla "Apparizione" dell'Arcangelo Michele avvenuta per la prima volta nel 490. Le altre "Apparizioni" avvennero nel 492 e nel 493. Questo è tramandato dal "Liber de apparitione sancti Michaelis in monte Gargano". Sulla Grotta, dove avvennero fatti prodigiosi testimonianti la presenza dell' Arcangelo, fu costruita una Basilica.
Nell'atrio superiore sopra la porta d'ingresso di destra sono scritte in latino le parole di Giacobbe: "Questo è un luogo terribile! Questa è la Casa di Dio e la Porta del Cielo".
La Grotta-Basilica divenne meta di pellegrinaggio. Di quì passarono i pellegrini che andavano in Terrasanta, i Crociati e gli immancabili "Templari", custodi di antichissime conoscenze, che avevano anche il compito di perpetuare l'idea dell'eterna lotta tra il Bene e il Male e controllare che certe Porte fossero sigillate con un Tempio cristiano. Pare che la Grotta di Monte Sant'Angelo sia una di queste "Porte" ed è difesa dall'Arcangelo Michele che volle appunto che quì fosse innalzata la Casa di Dio.
Si dice che possa essere molto rischioso visitare questo luogo nelle ore notturne perchè è dimora di forze sovrumane. Si narra infatti la seguente leggenda:
"Nel 1022 l'imperatore tedesco Enrico II si trovava in Puglia e, conoscendo la fama del Santuario di Monte Sant'Angelo, si recò, con tutto il suo seguito, in pellegrinaggio alla Grotta-Basilica. Dalla gente del posto seppe che misteriose luci illuminavano la Grotta di notte. Giunto il tramonto tutti uscirono ma l'imperatore rimase perchè desiderava trascorrere la notte a pregare nella solitudine della Grotta.
Ad una certa ora cominciò a vedere entrare una moltitudine di Angeli luminosi e subito dopo entrò il "Principe degli Angeli: Michele" il più luminoso di tutti. All' Arcangelo Michele ,nella tradizione Dio ha assegnato le funzioni di: Giudicare, Benedire, Umiliare e Calpestare, in altre parole è la Bilancia, la Spada e il Pugno di Dio. Se poi aggiungiamo, sempre secondo la tradizione, che nei luoghi che deve difendere dal Male, in qualunque modo esso si presenti, arriva con la Tempesta e il Terremoto, non è poi tanto difficile immaginare che la visione di questo Arcangelo è a dir poco impressionante.
E infatti Enrico II cominciò a tremare da capo a piedi. Michele gli disse che non doveva avere alcuna paura ma lo percosse lievemente sul fianco.
Quando l'imperatore lasciò la Grotta era paralizzato dalla paura e da quel giorno zoppicò per tutta la vita."
Si dice tutt'ora nel Gargano che la Grotta dell'Arcangelo Michele è "per gli esseri umani di giorno e per gli Angeli di notte". Nessuno infatti osa entrarvi dopo il calare delle tenebre.
Al prossimo mistero garganico. Ciao.
Monte Sant'Angelo deve la sua fama alla "Apparizione" dell'Arcangelo Michele avvenuta per la prima volta nel 490. Le altre "Apparizioni" avvennero nel 492 e nel 493. Questo è tramandato dal "Liber de apparitione sancti Michaelis in monte Gargano". Sulla Grotta, dove avvennero fatti prodigiosi testimonianti la presenza dell' Arcangelo, fu costruita una Basilica.
Nell'atrio superiore sopra la porta d'ingresso di destra sono scritte in latino le parole di Giacobbe: "Questo è un luogo terribile! Questa è la Casa di Dio e la Porta del Cielo".
La Grotta-Basilica divenne meta di pellegrinaggio. Di quì passarono i pellegrini che andavano in Terrasanta, i Crociati e gli immancabili "Templari", custodi di antichissime conoscenze, che avevano anche il compito di perpetuare l'idea dell'eterna lotta tra il Bene e il Male e controllare che certe Porte fossero sigillate con un Tempio cristiano. Pare che la Grotta di Monte Sant'Angelo sia una di queste "Porte" ed è difesa dall'Arcangelo Michele che volle appunto che quì fosse innalzata la Casa di Dio.
Si dice che possa essere molto rischioso visitare questo luogo nelle ore notturne perchè è dimora di forze sovrumane. Si narra infatti la seguente leggenda:
"Nel 1022 l'imperatore tedesco Enrico II si trovava in Puglia e, conoscendo la fama del Santuario di Monte Sant'Angelo, si recò, con tutto il suo seguito, in pellegrinaggio alla Grotta-Basilica. Dalla gente del posto seppe che misteriose luci illuminavano la Grotta di notte. Giunto il tramonto tutti uscirono ma l'imperatore rimase perchè desiderava trascorrere la notte a pregare nella solitudine della Grotta.
Ad una certa ora cominciò a vedere entrare una moltitudine di Angeli luminosi e subito dopo entrò il "Principe degli Angeli: Michele" il più luminoso di tutti. All' Arcangelo Michele ,nella tradizione Dio ha assegnato le funzioni di: Giudicare, Benedire, Umiliare e Calpestare, in altre parole è la Bilancia, la Spada e il Pugno di Dio. Se poi aggiungiamo, sempre secondo la tradizione, che nei luoghi che deve difendere dal Male, in qualunque modo esso si presenti, arriva con la Tempesta e il Terremoto, non è poi tanto difficile immaginare che la visione di questo Arcangelo è a dir poco impressionante.
E infatti Enrico II cominciò a tremare da capo a piedi. Michele gli disse che non doveva avere alcuna paura ma lo percosse lievemente sul fianco.
Quando l'imperatore lasciò la Grotta era paralizzato dalla paura e da quel giorno zoppicò per tutta la vita."
Si dice tutt'ora nel Gargano che la Grotta dell'Arcangelo Michele è "per gli esseri umani di giorno e per gli Angeli di notte". Nessuno infatti osa entrarvi dopo il calare delle tenebre.
Al prossimo mistero garganico. Ciao.
sabato 15 marzo 2014
Il mito di Sekhmet
Oggi vi racconto un mito dell'Antico Egitto: quello di Sekhmet.
Si narra che Ra-Atum, l'Antico Dio Supremo, si accorse che l'Umanità gli si era ribellata perchè cominciava ad invecchiare. Allora il Vecchio Dio Sole decise di punire l'insurrezione sterminando gran parte della Razza Umana. Ma si accorse che il suo celebre Occhio, la sua arma di giustizia, non fosse efficace per punirli.
Perciò Ra convocò tutti gli dei antichi e chiese loro come fare. E tutti indicarono, come nuovo Occhio punitore di Ra, la dea Sekhmet. Sekhmet, come strumento di distruzione, appariva a volte come una leonessa infuriata che sguazzava nel sangue e a volte la terribile dea, dalla testa di leone, che attaccava con ferocia l'Umanità in preda ad un raptus sterminatore.
Sekhmet andò sulla Terra e uccise i ribelli. Tornò da Ra molto soddisfatta del suo operato al punto che voleva tornare per giustiziare altri uomini. Il Vecchio Dio si oppose ma Sekhmet in preda alla furia omicida scese sulla Terra devastando ogni cosa e uccise migliaia di esseri umani.
Ra preoccupato per la totale estinzione della razza umana ideò uno stratagemma.
Si fece portare enormi quantità di ematite che ridusse in polvere finissima e la unì a grandi quantità di birra. Con questa birra colorata di rosso, durante la notte, inondò i campi fino alle cime degli alberi. Appena fu l'alba Sekhmet vedendo tutto quel liquido rosso e credendolo sangue umano vi si gettò sopra per berlo col risultato di ubriacarsi e alla fine s'addormentò. Quando si svegliò non era più interessata a continuare la distruzione e la pace discese sul mondo devastato.
Questo mito sulla distruzione dei nostri lontani antenati non è unico, in tutte le antiche civiltà e in tutte le religioni vi è un mito che si riferisce ad una catastrofe lontana che segnò per sempre l'inconscio dell'Umanità sopravvissuta e il cui ricordo fu tramandato oralmente per millenni, entrando nell'immaginario collettivo.
Alcuni studiosi ritengono che la catastrofe a cui si riferiscono i miti suddetti più che il famoso"Diluvio Universale" sia stata invece una apocalittica eruzione vulcanica avvenuta 75.000 anni fa che provocò cambiamenti climatici tali che gli esseri umani dopo questo evento si ridussero a poche migliaia e la decimazione colpì, inspiegabilmente, soprattutto i maschi umani. La teoria sopra citata è quella della Catastrofe di Toba.
Sempre secondo gli esperti, questo spiegherebbe perchè i Santuari megalitici dedicati alla fertilità e i luoghi di parto erano collegati con le energie telluriche del pianeta. Erano ,questi luoghi, Siti Sacri, dedicati di solito a Divinità ctonie, dove venivano sfruttate le energie cosmiche e quelle elettromagnetiche del sottosuolo per favorire la capacità riproduttiva e dare speranza al genere umano.
Il racconto mitologico di Sekhmet potrebbe essere una metafora di come la Terra Madre benevola e generosa possa diventare pericolosa e mortale come una madre impazzita che uccide i propri figli.

Ciao, al prossimo mito.
Si narra che Ra-Atum, l'Antico Dio Supremo, si accorse che l'Umanità gli si era ribellata perchè cominciava ad invecchiare. Allora il Vecchio Dio Sole decise di punire l'insurrezione sterminando gran parte della Razza Umana. Ma si accorse che il suo celebre Occhio, la sua arma di giustizia, non fosse efficace per punirli.
Perciò Ra convocò tutti gli dei antichi e chiese loro come fare. E tutti indicarono, come nuovo Occhio punitore di Ra, la dea Sekhmet. Sekhmet, come strumento di distruzione, appariva a volte come una leonessa infuriata che sguazzava nel sangue e a volte la terribile dea, dalla testa di leone, che attaccava con ferocia l'Umanità in preda ad un raptus sterminatore.
Sekhmet andò sulla Terra e uccise i ribelli. Tornò da Ra molto soddisfatta del suo operato al punto che voleva tornare per giustiziare altri uomini. Il Vecchio Dio si oppose ma Sekhmet in preda alla furia omicida scese sulla Terra devastando ogni cosa e uccise migliaia di esseri umani.
Ra preoccupato per la totale estinzione della razza umana ideò uno stratagemma.
Si fece portare enormi quantità di ematite che ridusse in polvere finissima e la unì a grandi quantità di birra. Con questa birra colorata di rosso, durante la notte, inondò i campi fino alle cime degli alberi. Appena fu l'alba Sekhmet vedendo tutto quel liquido rosso e credendolo sangue umano vi si gettò sopra per berlo col risultato di ubriacarsi e alla fine s'addormentò. Quando si svegliò non era più interessata a continuare la distruzione e la pace discese sul mondo devastato.
Questo mito sulla distruzione dei nostri lontani antenati non è unico, in tutte le antiche civiltà e in tutte le religioni vi è un mito che si riferisce ad una catastrofe lontana che segnò per sempre l'inconscio dell'Umanità sopravvissuta e il cui ricordo fu tramandato oralmente per millenni, entrando nell'immaginario collettivo.
Alcuni studiosi ritengono che la catastrofe a cui si riferiscono i miti suddetti più che il famoso"Diluvio Universale" sia stata invece una apocalittica eruzione vulcanica avvenuta 75.000 anni fa che provocò cambiamenti climatici tali che gli esseri umani dopo questo evento si ridussero a poche migliaia e la decimazione colpì, inspiegabilmente, soprattutto i maschi umani. La teoria sopra citata è quella della Catastrofe di Toba.
Sempre secondo gli esperti, questo spiegherebbe perchè i Santuari megalitici dedicati alla fertilità e i luoghi di parto erano collegati con le energie telluriche del pianeta. Erano ,questi luoghi, Siti Sacri, dedicati di solito a Divinità ctonie, dove venivano sfruttate le energie cosmiche e quelle elettromagnetiche del sottosuolo per favorire la capacità riproduttiva e dare speranza al genere umano.
Il racconto mitologico di Sekhmet potrebbe essere una metafora di come la Terra Madre benevola e generosa possa diventare pericolosa e mortale come una madre impazzita che uccide i propri figli.

Ciao, al prossimo mito.
martedì 4 marzo 2014
Storia miracolosa. Leggende garganiche.
Si narra che San Francesco si recò pellegrino al Santuario di San Michele Arcangelo sul Gargano che a quel tempo era, per importanza, il quarto luogo di pellegrinaggio dopo Roma, Gerusalemme e Santiago de Compostela.
Dopo la visita alla Sacra Grotta dell'Arcangelo, San Francesco passò per un piccolo paese arroccato su una delle alture del Promontorio e vide appena fuori dell'abitato una cappellina dedicata a San Michele Arcangelo.
Entrò, fece le sue preghiere e quando uscì dalla cappella si guardò intorno ed esclamò: "Signore vorrei che qua sorgesse un mio convento" ed esprimendo questo desiderio infisse il suo bastone di pellegrino nel terreno.
Il bastone miracolosamente cominciò a germogliare e in breve tempo diventò un maestoso pino. Vicino a quel pino alcuni frati cominciarono a costruire mattone su mattone un monastero francescano aiutati dagli abitanti del piccolo paese che consideravano quel luogo miracoloso per il prodigio del pino.
L'entità maligna del luogo, gelosa, in una notte senza luna, scatenò una bufera di vento che sdradicò dal terreno il miracoloso pino. Pochi giorni dopo questo fatto malefico San Francesco tornò al Santuario dell'Arcangelo e poi volle visitare il suo convento del bastone miracoloso.
Nel vedere il suo pino per terra pregò il Signore ... e lentamente il pino si rialzò e tornò al suo posto ma invece che con le radici s'interrò con la chioma.
Prodigiosamente le radici che rimasero per aria germogliarono e produssero una foltissima chioma.
Questa e' una delle leggende legate al paesino di Ischitella, nel Gargano. Questo albero oggi esiste ancora ed è oggetto di devozione della popolazione.
Dopo la visita alla Sacra Grotta dell'Arcangelo, San Francesco passò per un piccolo paese arroccato su una delle alture del Promontorio e vide appena fuori dell'abitato una cappellina dedicata a San Michele Arcangelo.
Entrò, fece le sue preghiere e quando uscì dalla cappella si guardò intorno ed esclamò: "Signore vorrei che qua sorgesse un mio convento" ed esprimendo questo desiderio infisse il suo bastone di pellegrino nel terreno.
Il bastone miracolosamente cominciò a germogliare e in breve tempo diventò un maestoso pino. Vicino a quel pino alcuni frati cominciarono a costruire mattone su mattone un monastero francescano aiutati dagli abitanti del piccolo paese che consideravano quel luogo miracoloso per il prodigio del pino.
L'entità maligna del luogo, gelosa, in una notte senza luna, scatenò una bufera di vento che sdradicò dal terreno il miracoloso pino. Pochi giorni dopo questo fatto malefico San Francesco tornò al Santuario dell'Arcangelo e poi volle visitare il suo convento del bastone miracoloso.
Nel vedere il suo pino per terra pregò il Signore ... e lentamente il pino si rialzò e tornò al suo posto ma invece che con le radici s'interrò con la chioma.
Prodigiosamente le radici che rimasero per aria germogliarono e produssero una foltissima chioma.
Questa e' una delle leggende legate al paesino di Ischitella, nel Gargano. Questo albero oggi esiste ancora ed è oggetto di devozione della popolazione.
venerdì 28 febbraio 2014
La quercia di Valona
C'è una quercia nel Salento che è spettacolare. Pensate il tronco misura oltre quattro metri di circonferenza ed ha la bellezza di 900 anni!
Quest'esemplare, mastodontico e prodigioso, è un vero monumento della natura ed è continua meta di turisti e curiosi.
Ci sono tanti siti dove potete trovare notizie su questa quercia. Io ne ho scelti due.
La sua chioma ha un diametro di 25 metri e la leggenda vuole che servì da riparo a
Federico II e ai suoi cento cavalieri armati alla fine del XII secolo.
Infatti questa quercia e' conosciuta anche con il nome di "Vallonea dei Cento Cavalieri".
by eg65
Quest'esemplare, mastodontico e prodigioso, è un vero monumento della natura ed è continua meta di turisti e curiosi.
Ci sono tanti siti dove potete trovare notizie su questa quercia. Io ne ho scelti due.
Il primo e' ovviamente la pagina Wikipedia di Tricase, la cittadina del Salento dove si trova questo unico esemplare: Tricase. Il secondo e' un po' piu' dettagliato ed e' un pdf dal sito del wwf salento che potete scaricare e conservare.
In ogni caso spero di avervi ispirato delle buone letture.
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